Nuova immagine per Cosmoprof 2015

Cosmoprof Worldwide Bologna presenta la nuova campagna pubblicitaria, che annuncia la 48.a edizione di Cosmoprof, che si svolgerà dal 20 al 23 marzo 2015 presso Bologna Fiere.

Il tema è l’internazionalità di Cosmoprof, rappresentata da una donna avvolta dai colori delle bandiere di tutto il mondo.

Inaugurandosi alla vigilia di Expo 2015, Cosmoprof Worldwide Bologna ha voluto rendere omaggio ai 134 Paesi presenti quest’anno, 134 modi di interpretare la Bellezza, che fanno di questo format una eccezionale vetrina globale nel mondo della Cosmesi.

L’eleganza del packaging

La classica busta della spesa, reinterpretata dalle sapienti mani della designero landese Ilvy Jacobs, assume le forme raffinate ed eleganti di un leggero origami e da imballaggio umile ed effimero, diventa un accessorio chic ed originale. Per andare al supermercato con tacco dodici.

Ilvy Jacobs è laureata in Product Design ma la sua specialità è creare borse che si ispirano al mondo degli imballaggi e che dagli imballaggi mutuano qualità, materiali o funzioni.

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Nei lavori di Ilvy sono molto importanti gli aspetti concettuali e di ricerca, come nella serie “Cordbag” dove riprende il lavoro di “impacchettamento del mondo” dell’artista Christo e per il quale utilizza sacchi di Tyvek, un materiale il cui aspetto è simile alla carta e con cui riesce ad enfatizzare l’estetica dell’oggetto.

Ma anche il tema della sostenibilità è sempre presente; è il caso, per esempio, delle borse per il tempo libero “Sport crunchbags”, realizzate con un materiale particolare, cartone accoppiato a tessuto che, come una eco-pelle sofisticata, ridisegna la silhouette di queste particolari sacche da sport.

Per tornare alla borsa origami, l’elegante Foldbag costa 25 euro e si può ordinare sul sito specializzato in prodotti di carta bl-ij.nl. oppure si può richiedere direttamente all’autrice. Magari con il suo autografo come marchio.

Non di solo pane vive l’uomo

Sarà una provocazione o è solo un divertissement? Quale sottile filo logico lega un barattolo di caffè al marchio Cartier o un sacchetto di farina a Prada?

La mostra Wheat is Wheat is Wheat, attualmente al Museum of Craft and Design di San Francisco, cerca di indagare il ruolo del designer e quello del consumatore nell’epoca della compulsione “firmata” di massa.

Non si può dire che non suscitino curiosità le belle immagini dei packaging di cibi prosaici come salame, yogurt, caffè, latte, uova etc., abbigliati (è il caso di dirlo) con i marchi più amati dai modaioli di ogni dove – Prada, Gucci, Nike, Apple, Tiffany, LV – solo per citarne alcuni.

peddy_mergui_luxury_brand_food_350_webSono imballaggi di lusso, riconoscibili per grafica, colori, dettagli, ricostruiti ad hoc dall’artista e designer israeliano Peddy Mergui su prodotti convenzionali di largo consumo, e proprio per questo con il potere (il potere della marca!) di far sembrare più buono un salame, più raffinata la farina, più profumato il caffè.

Ma, oltre alla curiosità, cosa resta?

Come suggerisce lo stesso artista nel suo sito, Wheat is Wheat is Wheat lascerà con più domande che risposte.

 

 

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Il teschio di cristallo

Ispirandosi alla leggenda dei teschi di cristallo, l’attore Dan Aykroyd (ex Blues Brothers) e l’artista John Alexander hanno ideato la bottiglia di Crystal Head Vodka con il preciso intento di vestire con un packaging eccezionale una delle vodka più pure al mondo.

La vodka Crystal Head è famosa per gli ingredienti selezionati e di altissima qualità, senza nessun additivo è distillata quattro volte e filtrata sette. Negli ultimi tre passaggi viene purificata attraverso cristalli di quarzo di 500 milioni di anni, i rinomati “diamanti Herkimer”, ritrovati solo in pochissimi posti al mondo.
Questi cristalli di quarzo sono i più preziosi, limpidi e potenti di tutti quelli conosciuti; sembra che abbiano la capacità di irradiare e assorbire energia e che consentano di raggiungere elevate vibrazioni spirituali; a essi si attribuiscono potenti proprietà metafisiche e si dice che siano d’aiuto nei viaggi astrali perché collegano il piano cosmico con quello fisico.

Proprio di questo particolare tipo di cristallo di quarzo sono composti anche i misteriosi tredici teschi di cristallo di una popolare leggenda Maya, smentita ormai dal punto di vista scientifico, ma ancora molto coinvolgente e affascinante, da essere un fantastico spunto per fare dell’ottimo marketing.

Ed è proprio ispirandosi a questo mito che Aykroyd e Alexander hanno ideato una bottiglia di vetro a forma di teschio già diventata cult. Il prototipo è stato realizzato dalla vetreria milanese Bruni e l’intero processo di design è durato più di due anni e ha dovuto superare grandissime complessità, ma, a quanto pare, ne è valsa la pena.

crystal_50_rolling_webDopo aver conseguito un enorme successo commerciale, il “teschio di cristallo” è, infatti, stato scelto dai mitici Rolling Stones come vodka ufficiale per i festeggiamenti del loro 50° anno sul palcoscenico.
Crystal Head Vodka e Universal Music hanno dunque ideato un cofanetto in edizione limitata che si presenta come una teca con cerniera che riprende la copertina del leggendario album del 1971 Sticky Fingers. Al suo interno sono custoditi l’inconfondibile bottiglia-teschio, un tappo-gioiello con inciso il celebre logo dei Rolling Stones e due compilation di brani live registrati in esclusiva per questa particolare edizione.

Nel 2013 Crystal Head Vodka è stata premiata con la Medaglia d’oro al Salone Prodexpo di Mosca, battendo persino le migliori vodka russe.
Il teschio di cristallo sta decisamente portando fortuna.

Les Pet Petits. Nuovo artigianato sostenibile.

Questioni di design e ambientalismo. Ai manufatti in plastica e in particolare alle bottiglie per l’acqua minerale, vanno le maggiori accuse di “agenti inquinanti” se abbandonate nell’ecosistema. Ma qualcuno ha pensato a come ribaltare le cose e trasformare un difetto (in senso green ovviamente) – la durata pressoché infinita del PET – in un pregio: una serie di braccialetti molto cool, artistici e di lunga durata.

Wojciech Łanecki è un designer e imprenditore polacco il cui desiderio è quello di creare prodotti con una forte carica emotiva e portatori di valori quali: il rispetto per l’ambiente e per il lavoro manuale, la cura per la qualità artigianale nell’epoca della produzione di massa, l’attenzione alla sostenibilità.
I braccialetti Les Pet Petits rappresentano bene tutto questo, sono “gioielli” contemporanei di nuova concezione perché provenienti dal riutilizzo creativo di bottiglie di PET. lesPETpetit_e3ee_WEB

Sono oggetti, però, che non vogliono solo promuovere l’ecologia e il riciclo ma che aspirano anche ad essere desiderabili, glamour e alla moda. Per il loro minimalismo estetico derivato dal lavoro di giovani artisti, questi colorati e leggeri ornamenti, si adattano a tutti gli stili e outfit; sono disponibili in otto colori e due misure, e vengono realizzati  a mano con grande attenzione per la qualità.
Ogni pezzo è curato fin nei minimi dettagli, incluso il packaging che li contiene, una scatolina tonda i cui codici grafici e materici richiamano alla contemporaneità e allo spirito “green”.
Qualcosa di apparentemente lussuoso ma ad un prezzo molto, molto, democratico.
Come “sostenibilità” vuole.

Il mascara dietro le quinte

Un imballaggio deve sempre fare i conti con il prodotto che contiene, in particolare il packaging cosmetico. Ma cosa si nasconde dietro un semplice “battito di ciglia”?  Ce lo racconta Renato Ancorotti, presidente di Ancorotti Group, azienda leader in R&S che realizza make up e prodotti per la pelle per i più importanti marchi internazionali. Sonia Pedrazzini

Quali sono stati i suoi esordi nel mondo della cosmesi?
Ho cominciato con la produzione di make up nel 1984 fondando Gamma Croma.
Gli inizi sono stati avventurosi e intensi, quelli di una piccolissima azienda di tre persone. 
Nel 2008, quando ho venduto le mie quote, eravamo in 350 e la società era diventata il secondo player mondiale. Un anno dopo sono rientrato nel settore, dando vita con mia figlia Enrica alla Ancorotti Cosmetics. A differenza di Gamma Croma che produceva un po’ tutti i prodotti di make up, l’abbiamo specializzata nel mascara, il prodotto di make up in assoluto più difficile perché la combinazione di brush, packaging e formula deve essere bilanciata perfettamente. La formula, in particolare, è in questo caso talmente delicata che, senza le condizioni ottimali, facilmente si altera, perdendo i requisiti originali.

Pochi immaginano quanto lavoro e quanta professionalità ci sia dietro la produzione di un mascara. Come lavora Ancorotti Cosmetics e chi sono i principali clienti?
Senza fare nomi, possiamo affermare che il mascara più venduto in Europa lo produciamo noi, come pure il più venduto in Russia; abbiamo conquistato anche parte del mercato francese, notoriamente molto difficile. Affrontiamo tutte le fasce di mercato e vendiamo sia in Italia che all’estero. Dove i dazi doganali sono alti spediamo solo la formula che poi viene confezionata in loco. In altri casi, il cliente ci fornisce il pack che poi riempiamo con il nostro prodotto e lo mettiamo sul mercato. 
La tendenza comunque sarà sempre più quella di offrire un “full service”, chiedendo addirittura al cliente che vuole acquistare solo il bulk, di fornirci alcuni campioni del packaging in modo da testarlo assieme alla formula. Questo, per essere sicuri che il prodotto che gli forniremo sia conservato nel packaging più adeguato.
Non è detto, infatti, che la miglior formulazione e il miglior imballaggio, messi assieme, alla fine diano il miglior mascara. Per ogni tipo di formulazione ci sarà dunque uno specifico pennello – la cui fibra andrà commisurata alla viscosità e alla densità del mascara – un determinato riduttore che stabilirà la quantità che deve fuoriuscire e persino il materiale dell’imballaggio dovrà essere calibrato con attenzione ed essere compatibile con la stabilità della formula.

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Parlando di packaging cosmetico, cosa la affascina di più in una confezione?

Oggi quello che mi colpisce è soprattutto la qualità; ma anche la capacità di quanti, in un settore come il nostro, riescono a fare oggetti nuovi senza tuttavia alterare il rito, la gestualità del truccarsi. Il mascara, ad esempio, lo apri e lo usi in un certo modo, da sempre; cambiare questi gesti mi sembra impossibile. Pensando al packaging, vorrei che fosse importante e di peso, fatto di materiali moderni e sensoriali capaci di trasmettere preziosità, valore, emozione. Stendere il mascara sulle ciglia per molte donne è diventato un gesto quotidiano, così come usare i prodotti per la cura del corpo, dal sapone, al dentifricio, alle creme… La cosmesi insomma gioca un ruolo “sociale” nella nostra vita e dietro tutto questo c’è la complessità tecnica, la ricerca e la cultura aziendale: fattori questi poco percepiti ma che, per me, sono i più intriganti.

Quali suggerimenti darebbe a un packaging designer e a un’azienda che produce imballaggio cosmetico?
Il designer deve anzitutto conoscere a fondo il settore per cui sta disegnando; deve avere nozioni tecniche, conoscenza dei materiali e delle lavorazioni, ma anche l’umiltà di  sedersi a un tavolo con l’azienda e i suoi tecnici per sviluppare il prodotto secondo i giusti limiti imposti dalla fattibilità.
L’azienda, dal canto suo, deve in primo luogo assicurare che il prodotto rispetti tutti i parametri della qualità. E mostrare più attenzione verso il mondo del design, spesso considerato vacuo: sono sicuro che se designer di grande spessore lavorassero con il settore cosmetico avremmo delle belle sorprese.

Ancorotti_fill_service_WEB_okSi dice tanto “Made in Italy”. Come siamo percepiti all’estero per quanto riguarda la cosmesi?
Negli ultimi anni il valore della nostra immagine è cresciuto molto. L’Italian Style è percepito bene, non solo nel food, nella moda e nel design, ma anche nel cosmetico. Forse non tutti sanno che il 70% del make up mondiale in outsourcing è prodotto in Italia, e che siamo una grande eccellenza, soprattutto in questa zona della Lombardia. 
Produrre in Italia è certamente la condizione necessaria perché un prodotto sia Made in Italy ma non è più sufficiente: è necessario che il prodotto sia realizzato secondo determinate caratteristiche. Il cliente estero si aspetta da noi grande qualità, come quella della Ferrari e del Brunello Cucinelli per intenderci, ma alla dicitura Made in Italy è necessario aggiungere un plus, una sorta di certificazione che garantisca il livello e la qualità della produzione italiana.

E quali sono, secondo lei, le “eccellenze” nel settore cosmetico da far conoscere meglio anche a noi italiani? 
Dario Ferrari, presidente e fondatore di Intercos, è sicuramente il riferimento di questa eccellenza. Questa azienda è la numero uno al mondo, un vero e proprio riferimento nella ricerca e sviluppo prodotto che ha saputo offrire ai clienti soluzioni di marketing e di prodotto innovative e di altissima qualità. 
In Italia il contoterzista non è più un mero esecutore, un semplice fornitore, ma fa ricerca all’avanguardia. È bene sapere che moltissimi dei prodotti più esclusivi oggi sul mercato, magari con marchi di prestigio, sono concepiti e nati in Italia.

Con la fondazione di Ancorotti Cosmetics India, lei ha fatto un deciso salto di scala. Di cosa si occupa questo dipartimento?
Rispetto ai mercati occidentali, quali sono le maggiori difficoltà? 
È un dipartimento creato per soddisfare i mercati emergenti di India e Asia e produce cosmetici in loco formulati su bisogni specifici. Siamo partner di società indiane al 50%, così da avere il polso della situazione e sapere, ad esempio, quali sono i prodotti che si vendono meglio in quella parte del mondo, che sono oggi quelli per le labbra. Il mascara è, infatti, ancora poco utilizzato dalle donne indiane, che lo stanno scoprendo adesso. Si tratta di un mercato complesso e in continua evoluzione, non solo dal punto di vista prettamente industriale ma anche per la sensibilità del pubblico verso la cosmesi. 
Per certo uno dei più grandi problemi è affrontare la burocrazia indiana, molto più complessa della nostra, il che è tutto dire, e con tempi lunghissimi.

La produzione delle formulazioni avviene direttamente in India?
Al momento le prepariamo in Italia e le trasferiamo in India, ma stiamo formando e seguendo dei tecnici per rendere i nostri partner autonomi e portarli a realizzare un prodotto di buona qualità. Produrre in India, per noi, significa lasciare un’eredità importante a quel territorio, ovvero la nostra esperienza e il nostro sapere, che verranno messi a frutto da un’azienda  locale creata per quel mercato. Ma, sia chiaro, non delocalizzeremo mai le nostre aziende italiane.

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E, infatti, il suo desiderio di valorizzare il territorio italiano e vederne implementate le forze produttive, si esprime chiaramente anche nella promozione del “Polo della Cosmesi”. Ci spieghi di cosa si tratta.


In questo momento in Italia c’è una grande crisi e non vedo segni di ripresa. Credo che la  situazione sia molto critica anche perché la nostra economia si basa in prevalenza su piccole e medie imprese, spesso impreparate ad affrontare crisi come quella in cui ci troviamo. In questo contesto, “fare sistema” mi sembra quindi l’unico toccasana: quando i piccoli imprenditori e gli artigiani si coalizzano e fanno filiera, possono ottenere molto. Ma non basta, devono anche guardare all’estero, devono trovare la forza di promuovere i loro prodotti a livello internazionale, dato che non si può dimenticare di vivere in un sistema globalizzato e interconnesso. 
Il Polo della Cosmesi si è strutturato nel 2006, proprio con l’idea di mettere insieme le aziende del territorio cremasco che si occupano di make up e confezionamento. Duplice l’obiettivo, anche ambizioso: unire le forze per fare ricerca e sviluppo e darsi un codice etico. Nella filiera, infatti, tutti devono crescere, non solo in fatturato ma anche con le certificazioni, con la qualità, soprattutto con la formazione, così da poter contare su tecnici ed esperti che parlino un linguaggio comune e che abbiano conoscenze molto specifiche. A tal proposito da gennaio, è partito a Crema il primo corso di “Tecnico di industrializzazione del prodotto e del processo” ideato da Sogecos e Ancorotti SpA, in collaborazione con l’Istituto Galilei di Crema, finalizzato alla formazione di tecnici da inserire poi nelle aziende del territorio.

Bio-design: la bottiglia “alveare”

Per festeggiare il lancio del suo nuovo whisky al miele, la Dewar’s ha fatto realizzare da 80.000 api una copia ingrandita della bottiglia. Sotto la supervisione di un maestro apicoltore, le indefesse operaie hanno costruito il loro alveare seguendo la forma dello stampo. In circa sei settimane, l’opera è arrivata a compimento. Un risultato incredibile della coalizione tra natura e tecnologia.

Quando la Dewar’s ha deciso di creare una scultura per il lancio di Highlander Honey Whiskey, ha esasperato il concetto della stampa 3-D utilizzando l’abilità delle api e ha dato forma ad un progetto apparentemente impossibile, il “3-B Printing Project”. Ma come si può dirigere uno sciame di api affinché realizzino un alveare proprio come lo vogliamo noi?

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A questa domanda ha saputo rispondere la competenza di The Ebeling Group (che vanta la reputazione di risolvere i progetti più incredibili) e di un maestro dell’apicultura, Robin Theron.
Innanzitutto il team di The Ebeling ha creato un modello 3-D (stampato nel modo tradizionale) che potesse essere usato dalle api come base su cui costruire le loro cellette e lo ha racchiuso in una scocca trasparente, di poco più grande, in modo da riprodurre il reale spazio in cui si muovono le api nelle arnie; questo permetteva anche la perfetta visuale dei “lavori in corso”. Sono stati poi creati i percorsi di entrata e uscita delle api per la ricerca del polline e, infine, sono state introdotte migliaia di operaie.

L’intero processo è durato circa sei settimane, ci sono volute due intere colonie di api, la prima delle quali è stata completamente rimossa prima di poter introdurre la seconda; oltretutto, per evitare che il favo si riempisse di miele e che fossero deposte altre uova, l’ape regina è stata tenuta isolata per alcuni periodi. Le api giravano in piena libertà e per riprenderle mentre atterravano sui fiori e sugli strumenti, tutti indossavano maschere e tute protettive. Una volta  creato l’alveare, la scocca di plastica è stata accuratamente rimossa e il risultato finale è stato sorprendente e scenografico: una splendida bottiglia di miele in forma di bottiglia.

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Per correttezza d’informazione
non si può evitare di citare il lavoro dell’artista Slovaccco Tomáš Gabzdil Libertíny a cui l’agenzia Sid Lee – che ha seguito la campagna per il lancio del nuovo whisky Dewar’s – si è chiaramente ispirata. L’opera di Libertíny, realizzata nel 2007 con una tecnica del tutto simile, utilizzava 40.000 api si chiamava  “slow prototyping”.

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Per saperne di più Slovakian Honeycomb Vase Designer Claims Dewar’s Whiskey Campaign Exploits His Work | Inhabitat – Sustainable Design Innovation, Eco Architecture, Green Building

“Ti amo Italia”

Basta piangersi addosso, lamentarsi sempre, svalutare le nostre meraviglie.
Siamo un popolo strano, fatto di genio e sregolatezza, di furbetti e di eccellenze, e in mezzo tanta bellezza. Siamo italiani, siamo così.

Diamoci una mossa e apriamo gli occhi, la crisi c’è e non passerà presto ma una delle nostre migliori qualità è il saperci reinventare.
Su la testa, tiriamo fuori il nostro orgoglio, “Ti amo Italia”… lo dice anche il packaging.

È una bella dichiarazione d’amore quella che Collistar esprime con una capsule collection disegnata da Antonio Marras e caratterizzata da nuance che si ispirano al nostro Paese e ai suoi luoghi simbolo; a suggerire la palette dei colori di rossetti, ombretti, gloss e terre ci pensano infatti le atmosfere di città come Venezia, Milano, Verona, Roma, Siracusa.

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A livello grafico, il fil rouge che percorre tutto il progetto è il tipico segno dello stilista sardo, sotto forma, questa volta, della silhouette di un volto di donna, elegante, essenziale, poetico e che sembra ispirato ai profili senza tempo del grande Modigliani. collistar_bazzani12_web

Interessante è la riuscitissima integrazione tra disegno (l’occhio della donna) e marchio, la “c” simbolo di Collistar, che, assieme all’utilizzo del rosso rubio – il colore identificativo di Marras – per dipingere la bocca della donna, rappresentano il connubio saldo ma discreto tra due marchi del “bel” Made in Italy.

Replicanti (olfattivi) di ricordi

Calvi, 1972. Una passeggiata estiva sulle rive dell’Oceano.
Santa Monica,1994. Effluvi di dolciumi, cremosi e avvolgenti.
Parigi, 2011. Mercato dei fiori.
Firenze, 2003. Una pigra domenica mattina.
Oxfordshire, 1986. Passeggiata nei giardini.
Brooklyn, 2013. Serata al Jazz Club.
Sei fragranze (e relativo packaging) progettate per evocare i ricordi più intensi: è il vintage contemporaneo di Margiela.

I profumi della collezione Replica della Maison Martin Margiela sono pensati per imprigionare ricordi ed emozioni.
Creati dal profumiere Jaques Cavallier, sono stati studiati per evocare istantaneamente memorie, immagini ed impressioni vissute dalla maggior parte di noi, come il Lazy Sunday Morning, che con il suo accordo di muschio bianco sa di bucato pulito e lenzuola di lino, o come il Promenade in the Garden, un profumo fiorito ispirato a una passeggiata nei giardini inglesi o ancora il Jazz Club, la prima della serie dedicata all’uomo, un cocktail di rum, vetiver e foglie di tabacco.

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Le fragranze sono racchiuse in un flacone la cui silhouette si ispira alle fiale da laboratorio dei farmacisti di un tempo, e sono narrate da un’etichetta in cotone, su cui è riportato il dove/come/quando della fragranza: tutte le informazioni tecniche e poetiche necessarie per meglio assaporare l’atmosfera intrappolata nella boccetta.

Le stesse indicazioni appaiono anche sull’astuccio di cartone, dove campeggia anche una fotografia, lo scatto di un istante particolare, quello che ha determinato la storia di ogni profumo.

Il progetto Replica si è esteso alla mostra #smellslikememories, raccolta di lavori fotografici di artisti provenienti da tutto il mondo, che hanno fermato su pellicola i propri ricordi sensoriali e olfattivi e sta continuando anche sulla piattaforma digitale replicafragrances.tumblr.com.

Per chi vuole cimentarsi, ricordi olfattivi (e foto) cercasi disperatamente.

Poste Italiane si rifà il pacco

A testimoniare che il contenitore è sempre più importante ci ha pensato anche Poste Italiane che ha di recente realizzato un’edizione limitata di 100.000 esemplari di un pacco “da collezione” molto speciale. Un Pacco d’Artista, che racconta, con lo stile di Giuseppe Stampone, un viaggio in Italia, attraverso i più significativi monumenti, personaggi, miti e simboli del Bel Paese.

Pacco d’Artista è un progetto a cura di SPIRITO DUE nato da un’idea di Valentina Ciarallo e Maria Chiara Russo con l’obiettivo di trasformare lo storico pacco giallo di Poste Italiane in opera d’arte e di avvicinare i giovani e il grande pubblico all’arte contemporanea.

Un progetto di public art, dunque, dove il pubblico, chiamato a votare il suo pacco preferito, è diventato protagonista insieme agli artisti.

Dopo una preselezione tra i 12 artisti contemporanei invitati a partecipare al progetto (Andrea Aquilanti, Arthur Duff, Flavio Favelli, Giuseppe Pietroniro, Giuseppe Stampone, goldiechiari, Hitnes, Marco Raparelli, Mauro Di Silvestre, Miltos Manetas, Silvia Camporesi e Vedovamazzei), a ottobre scorso i sei pacchi d’autore finalisti sono tati votati direttamente dal pubblico sul sito www.leavventuredipaco.com.

La scatola più gettonata è stata quella di Giuseppe Stampone intitolata “L’ABC del Bel Paese” (foto in apertura). L’artista abruzzese ha così ha commentato la vittoria: «L’aver partecipato a un progetto del genere è più importante di qualsiasi mostra in un museo. Oggi l’opera “soffre” se resta unicamente nel circuito dell’arte, per questo uno degli obiettivi nella ricerca artistica resta sempre la fruizione dell’arte contemporanea su larga scala».

Silvia Camporesi
Silvia Camporesi

Secondo in classifica, a pochissima distanza di voti, il pacco di Silvia Camporesi, che riprende un’immagine liberamente tratta dall’ultima scena di Zabriskie Point di Antonioni: una colorata esplosione di abiti e oggetti e, quindi, di storie di varia umanità, quelle che ogni pacco in viaggio per il mondo potrebbe celare dentro di sé.

Marco Raparelli
Marco Raparelli
Hitnes
Hitnes
Mauro Di Silvestre
Mauro Di Silvestre
Arthur Duff
Arthur Duff