Fattore Acqua: un libro

Scaricabile liberamente dal sito di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, l’e-book “FATTORE Acqua” rende disponibili i contributi degli esperti invitati da Sofidel a Milano in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua.

Fattore_acqua_cover_0.jpgScarica l’e-book

Il tema dell’acqua e le sue molteplici implicazioni in materia di ambiente, igiene, etica ed economia sono argomento di un e-book, nato dalla collaborazione tra Sofidel (gruppo cartario noto in Italia in particolare per il marchio Regina) e Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

La pubblicazione rende fruibili a una più vasta platea di persone le informazioni e gli stimoli offerti dagli esperti riuniti da Sofidel a Milano, il 22 marzo scorso, proprio nella sede della Fondazione in viale Pasubio, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua.

Un’operazione di sensibilizzazione su un tema che sta diventando di crescente attualità e rilevanza. Grazie ai contributi presentati, l’e-book consente di farsi un’opinione informata sulle implicazioni della risorsa acqua negli ambiti della salute pubblica, dei cambiamenti climatici, dell’economia e del mondo delle imprese.

Nell’ambito della strategia ambientale di sviluppo sostenibile di Sofidel, la salvaguardia della risorsa idrica rappresenta uno dei tre pilastri fondamentali, insieme al contenimento delle emissioni climalteranti e all’approvvigionamento di cellulosa certificata da terze parti indipendenti con schemi di certificazione forestale.

Grazie a misure gestionali e a investimenti specifici, gli impianti produttivi del Gruppo registrano oggi utilizzi medi di acqua per chilogrammo di carta prodotta (7,0 l/kg) ampiamente inferiori a quelle che sono considerate le buone pratiche di settore, che si attestano intorno ai 15-25 litri per kg di carta.

L’attenzione alla risorsa idrica va oltre quelli che sono gli impatti della produzione del Gruppo, impegnato a contribuire al raggiungimento del 6° Obiettivo di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (garantire acqua e servizi igienico-sanitari a tutti) anche attraverso la collaborazione con WaterAid, associazione non governativa con sede nel Regno Unito, che si prefigge di portare acqua potabile e condizioni igieniche accettabili a tutti e in ogni parte del mondo entro il 2030.

A oggi, 663 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile, e 2,4 miliardi di persone – circa 1 abitante del pianeta su 3 – non possono contare su servizi igienici adeguati.

Nasce la Carta etica del Packaging

Edizioni Dativo, Politecnico di Milano – Dipartimento di Design della comunicazione, e Istituto Italiano Imballaggio hanno presentato il 22 maggio, nel corso della fiera Ipack-Ima, la “Carta etica del Packaging – Principi condivisi per progettare, produrre, utilizzare gli imballaggi in modo consapevole”.

Il progetto è
Carta-etica-solo-sponsor

Riuscite a immaginare un mondo senza imballaggio? Acqua senza bottiglia, patatine senza sacchetto, pelati senza lattina, pasta senza scatola, affettati senza vaschetta, medicine senza blister… e magari anche profumi senza astucci meravigliosi che si dischiudono su flaconi di cristallo… O ancora, un prodotto senza data di scadenza?

Siamo talmente legati alle nostre abitudini di acquisto che non ce ne accorgiamo nemmeno.

Eppure il packaging è protagonista e specchio della nostre scelte di vita e di consumo, strumento insostituibile per rendere disponibili nel tempo e nello spazio i prodotti di cui abbiamo bisogno per vivere in modo confortevole la quotidianità.

Le “narrazioni contrarie”, in questi ultimi anni, ne hanno messo in luce in particolare le criticità (come scomodo e ingombrante oggetto da smaltire, per esempio), mettendone in ombra le caratteristiche che lo rendono custode della nostra salute e della sicurezza.

Pur essendo la risultante di un processo complesso, che vede coinvolti numerosi soggetti, l’imballaggio non dispone ancora di una “piattaforma” comune, che raccordi punti di vista, esigenze, obiettivi.

Non è quindi più possibile sottrarsi a un ripensamento generale, per far evolvere il packaging nel rispetto dei bisogni del consumatore, dell’utilizzatore, dell’ambiente, della società.

La “Carta etica del Packaging” nasce proprio da queste considerazioni e si propone di promuovere una corretta cultura dell’imballaggio, dando testimonianza di attenzione e rispetto da parte dell’industria ai diritti dei cittadini/consumatori.

La “Carta etica del Packaging” è una dichiarazione di principi, una forma di richiamo all’impegno collettivo, per rilanciare l’imballaggio secondo una visione che lo proietta in una prospettiva futura.

È un decalogo scritto per aprire un confronto fra tutti gli attori della filiera produttiva e distributiva e i cittadini/consumatori.

Un progetto a cui tutti sono chiamati a partecipare nel tempo, tramite il sito www.cartaeticadelpackaging.org e l’account www.facebook.com/cartaeticadelpackaging

Il packaging siamo noi… progettisti, produttori, utilizzatori, distributori, comunicatori, acquirenti… e sarà migliore se insieme sapremo condividere un progetto che abbia come valore portante il rispetto delle persone.

Partecipa anche tu, diventa un sostenitore. Clicca qui

A Ipack-Ima per scoprire la Carta etica del Packaging

La Carta etica del Packaging sarà resa pubblica a Ipack-Ima 2015 (19-23 maggio, Fieramilano), al Padiglione 14 – Stand I 35.

In fiera sarà tra l’altro disponibile il documento in italiano e inglese, sotto forma di poster, e contemporaneamente sarà pubblicato on line.

Da ricordare che il 22 maggio 2015, alle ore 11 nella Sala Progettare il Futuro (Padiglione 14) si svolgerà un incontro di presentazione e di dibattito tra esperti del settore e rappresentanti del mondo dei consumatori.

INVITO_Carta-etica-del-Packaging piccoloLa Carta etica del Packaging, promossa da Edizioni Dativo (ItaliaImballaggio magazine), è stata redatta dal Dipartimento di Design, Politecnico di Milano (Responsabili scientifici: proff. Giovanni Baule, Valeria Bucchetti) ed è patrocinata dall’Istituto Italiano Imballaggio.

A Ipack-Ima per scoprire la Carta etica del Packaging: il programma dell’incontro del 22 maggio.

Clicca per ingrandire l’immagine…

 

 

 

 

Che cos’è la Carta etica del Packaging

Principi condivisi per progettare, produrre, utilizzare gli imballaggi in modo consapevole.

Il progetto Carta etica del Packaging ha come obiettivo di promuovere una corretta “cultura del packaging”, ma anche dare testimonianza di attenzione da parte del mondo del packaging alle esigenze dei consumer (cittadini consapevoli, richiamati dai valori espressi dalla catena della merce).

CHE COS’È LA CARTA ETICA DEL PACKAGING

  • Pannello Carta etica del PackagingUno strumento di riflessione e di impegno per un intero comparto.
  • Un documento di principi da condividere, nell’ottica del “consumatore”.
  • Una forma di contratto ideale tra gli attori del sistema.

Il packaging, nel suo essere oggetto essenziale e contraddittorio, sta vivendo ora una fase di piena maturità che, come tale, richiede di aprire un percorso di riflessione condiviso.

Se da un lato le “narrazioni contrarie” in questi ultimi anni ne hanno messo in luce in particolare le criticità, dall’altro non è possibile sottrarsi ad un ripensamento generale per far evolvere il packaging nel rispetto dei bisogni del consumatore, dell’utilizzatore, dell’ambiente, della società.

Pur essendo la risultante di un processo che vede coinvolti numerosi soggetti, l’imballaggio non dispone di una “piattaforma” comune che raccordi punti di vista, esigenze, obiettivi.

La Carta etica del Packaging vuole rappresentare pertanto un momento concreto di condivisione di principi, per mettere in connessione tutti gli attori del sistema, al centro del quale è posto l’utente, per arrivare a tutti indistintamente, per promuovere una nuova cultura dell’imballaggio.

La CARTA vuole essere quindi uno strumento di riflessione e di impegno, attorno al quale convergere.

Un documento di principi da condividere per accompagnare il packaging in questo passaggio e per promuovere un futuro più consapevole; un documento facilmente fruibile, espresso attraverso un linguaggio diretto in grado di arrivare “a tutti”.

La prospettiva adottata è quella del “consumatore” che sappiamo essere un utilizzatore del packaging-strumento, un fruitore delle informazioni che esso propone, un utente del servizio erogato dall’artefatto, un interprete del packaging come oggetto culturale.

È da questa prospettiva che si sviluppa l’esigenza di una forma di contratto ideale tra gli attori del sistema che, attraverso la sottoscrizione del documento, si impegnano a condividere principi verso cui tendere, rendendo pubblica la scelta senza sovrapporsi alla normativa, né assumere forma cogente.

La Carta etica del Packaging è promossa da Edizioni Dativo, con la collaborazione del Politecnico di Milano – Dipartimento di Design, ed è patrocinata dall’Istituto Italiano Imballaggio.
La Carta etica del Packaging sarà resa pubblica a Ipack-Ima 2015 (19-23 maggio, Fieramilano), al Padiglione 14 – Stand I 35.

In fiera sarà tra l’altro disponibile il documento in italiano e inglese, sotto forma di poster, e contemporaneamente sarà pubblicato on line.

Da ricordare che il 22 maggio 2015, alle ore 11 nella Sala Progettare il Futuro (Padiglione 14) si svolgerà un incontro di presentazione e di dibattito tra esperti del settore e rappresentanti del mondo dei consumatori.

A Ipack-Ima per scoprire la Carta etica del Packaging: il programma dell’incontro del 22 maggio.

 

Poste Italiane si rifà il pacco

A testimoniare che il contenitore è sempre più importante ci ha pensato anche Poste Italiane che ha di recente realizzato un’edizione limitata di 100.000 esemplari di un pacco “da collezione” molto speciale. Un Pacco d’Artista, che racconta, con lo stile di Giuseppe Stampone, un viaggio in Italia, attraverso i più significativi monumenti, personaggi, miti e simboli del Bel Paese.

Pacco d’Artista è un progetto a cura di SPIRITO DUE nato da un’idea di Valentina Ciarallo e Maria Chiara Russo con l’obiettivo di trasformare lo storico pacco giallo di Poste Italiane in opera d’arte e di avvicinare i giovani e il grande pubblico all’arte contemporanea.

Un progetto di public art, dunque, dove il pubblico, chiamato a votare il suo pacco preferito, è diventato protagonista insieme agli artisti.

Dopo una preselezione tra i 12 artisti contemporanei invitati a partecipare al progetto (Andrea Aquilanti, Arthur Duff, Flavio Favelli, Giuseppe Pietroniro, Giuseppe Stampone, goldiechiari, Hitnes, Marco Raparelli, Mauro Di Silvestre, Miltos Manetas, Silvia Camporesi e Vedovamazzei), a ottobre scorso i sei pacchi d’autore finalisti sono tati votati direttamente dal pubblico sul sito www.leavventuredipaco.com.

La scatola più gettonata è stata quella di Giuseppe Stampone intitolata “L’ABC del Bel Paese” (foto in apertura). L’artista abruzzese ha così ha commentato la vittoria: «L’aver partecipato a un progetto del genere è più importante di qualsiasi mostra in un museo. Oggi l’opera “soffre” se resta unicamente nel circuito dell’arte, per questo uno degli obiettivi nella ricerca artistica resta sempre la fruizione dell’arte contemporanea su larga scala».

Silvia Camporesi
Silvia Camporesi

Secondo in classifica, a pochissima distanza di voti, il pacco di Silvia Camporesi, che riprende un’immagine liberamente tratta dall’ultima scena di Zabriskie Point di Antonioni: una colorata esplosione di abiti e oggetti e, quindi, di storie di varia umanità, quelle che ogni pacco in viaggio per il mondo potrebbe celare dentro di sé.

Marco Raparelli
Marco Raparelli
Hitnes
Hitnes
Mauro Di Silvestre
Mauro Di Silvestre
Arthur Duff
Arthur Duff

La Belle Haleine

Cos’hanno in comune lo Chanel N° 5 e la storia dell’arte? Una bottiglia di profumo può essere una scultura? L’Eau de Voilette più costosa del mondo è un gioco di parole? Viaggio nelle bizzarrie e nei paradossi tra arte del profumo e profumo d’arte. 

Marco Senaldi

Come può un profumo diventare un’opera d’arte? Come può qualcosa di invisibile come un aroma diventare il soggetto di un oggetto fatto per gli occhi? Il capostipite è con ogni probabilità lo Chanel N° 5, a torto ritenuto un “classico”, mentre invece fu piuttosto un artefatto “rivoluzionario”, nato non a caso nel pieno dei “ruggenti Anni Venti” (1921) dalla creatività di Coco Chanel, amica di artisti come Picasso, Claudel, Stravinsky e diventato solo più tardi una sorta di must have, un irrinunciabile punto di riferimento anche per chi non lo ha mai comprato né indossato.

Non a caso, negli anni ’80, cioè in un decennio in cui vengono ripresi e riletti certi stilemi fashion che avevano avuto la loro origine nella mitica Jazz Age, l’effige dello Chanel viene ripresa in pieno: il gran sacerdote di questa neo- iconofilia consumista, cioè Andy Warhol, su suggerimento della galleria Feldman Fine Arts realizza infatti una serie di stampe dedicate ai miti moderni, e non manca di inserire il N°5.

La spoglia, razionalista, bottiglia in stile Decò acquista, nella versione Warhol, una nuova dimensione: resa trasparente e quasi evanescente, puro profilo campeggiante sopra colori innaturali, quasi televisivi (Warhol sosteneva che l’idea delle serigrafie a colori saturi gli era venuta osservando un televisore fuori sintonia), la serie di stampe warholiane sublima l’oggetto oltre il suo significato di merce di consumo: spettrale immagine di se stesso, l’enorme Chanel incarna un mito sempre al di là delle nostre possibilità di consumarlo, perennemente desiderabile e eternamente inossidabile, una sorta – per parafrasare Oscar Wilde – di “icona senza enigma”.

Per ironia della sorte, o meglio della storia, più o meno negli stessi anni, un esponente sopravvissuto della stagione delle avanguardie storiche, cioè Salvador Dalì (il quale peraltro, con il suo istrionismo e le sue muse eccentriche, come Amanda Lear, fu il maestro segreto dello stravagante stile warholiano) disegnò anch’egli il suo profumo personale.
Da allora il Dalì Perfume, risalente al 1983, contenuto in una bottiglia a forma di labbra col tappo-naso, come se fosse il frammento di una statua antica è diventato anche lui un classico a modo suo. Il profumo daliniano si propone come un piccolo multiplo: in effetti, il contenitore è quasi una scultura, e l’impronta del genio catalano è assolutamente inconfondibile. Le labbra carnose sono la citazione di una citazione: non possono che richiamare il celebre divano a forma di labbra degli anni ’30 – del resto a sua volta ispirato alle carnose labbra cinematografiche di Mae West, la famosa pin up e attrice americana. Ma tutto l’insieme della boccetta crea una tipica immagine doppia à la Dalì: osservandola infatti, la sua silhouette si trascina dietro l’immagine in negativo del volto a cui naso e bocca dovrebbero appartenere, con uno straordinario effetto ipnotico.

Ma la fascinazione degli artisti per l’universo del profumo, per le allusioni che esso dischiude, per le forme di cui una cosa tanto impalpabile si avvolge concretamente, risalgono quasi agli stessi anni in cui Coco creava il N°5 come un’opera d’arte.
Celebre ad esempio è il ready-made assistito Eau de Voilette, firmato, sempre nel 1921, da Marcel Duchamp, e che per realizzarlo si servì di un’autentica bottiglia di profumo Rigaud, di cui rifece l’etichetta e che poi inserì in una custodia ricoperta di velluto viola.
Sull’etichetta si scorge il volto dello stesso Duchamp, ritratto da Man Ray en travesti, cioè nelle sembianze del suo alter ego femmina, Rrose Sélavy (sull’etichetta, infatti, compaiono le iniziali R S).

Il titolo stesso è un rompicapo: anziché Eau de Toilette, come ci si aspetterebbe, troviamo una Eau che però non è nemmeno “de Violette”, come ci aspetterebbe con riferimento all’essenza – ma “de Voilette” come se ci fosse un errore (il tutto sarebbe un oscuro riferimento alla poesia di Rimbaud Les Voyelles, in cui la O è della “viola”).

Più oscuro ancora è il senso del gioco di parole sottostante l’immagine di Duchamp: Belle Haleine, che fa pensare a “Belle Héléne”, ma con una storpiatura significativa: “de longue haleine” in francese significa “di lungo respiro”, ma per Duchamp, appassionato delle cose impalpabili che lui definiva “infrasottili” (“inframince”), l’aria, il respiro, l’alito, il fumo, il profumo, ecc. ecc., erano dimensioni artistiche tanto trascurate quanto essenziali – al punto che a un intervistatore che gli chiedeva cosa facesse per vivere, rispose: “Sono un réspirateur, un respiratore, non le basta?”.

Sarà per questi colpi di genio e di scena (tipicamente duchampiani), sarà perché degli esemplari di questo ready-made modificato se n’è avanzato solo uno – il fatto è che Eau de Voilette è diventato il profumo più costoso di sempre: e ci crediamo, se è vero che quest’unico esemplare (già appartenuto a Yves Saint-Laurent) è stato battuto in asta da Christie’s alla “sommetta” di 8,9 milioni di euro.

Una storia così avvincente non poteva lasciare indifferenti le giovani generazioni artistiche. Sedotto da Duchamp (o forse da Rrose Sélavy?) è stato il nostro Francesco Vezzoli. A distanza di quasi novant’anni, nel 2009 Vezzoli ha pensato di riproporre un profumo-opera che alludesse all’Eau duchampiana, intitolandolo però (concessione molto postmoderna) Greed, cioè Avidità.

La bottiglia è in pratica la stessa di quella di Duchamp, solo che al posto di Rrose compare Francesco/a, vagamente effemminato pure lui. La cosa però notevole è che Vezzoli ha commissionato un video pubblicitario come per il lancio di un profumo vero, anzi meglio: il corto infatti è firmato nientemeno che da Roman Polanski che dirige Nathalie Portman e Michelle William. Come dire: quello che conta ormai, lo sanno tutti, non è il profumo in sé, ma il “profumo del profumo”, la sua disincarnata esperienza mediale, ammantata dall’aroma inconfondibile del glamour spirante da glorie vecchie e nuove, purché hollywoodiane. Insomma, è il passo successivo alla glorificazione warholiana della merce: la glorificazione dell’immaginario.

La storia finisce qui? No, neanche per sogno, fare l’artista contemporaneo, dice qualcuno, significa spostare l’asticella dell’impossibile sempre una tacca più in alto. Si sarebbe tentati di dire che è quello che ha fato un altro artista italiano, Luca Vitone, alla Biennale di Venezia 2013.

Invitato al Padiglione Italia ha optato per una scelta estrema: portare un’opera “che non c’è”. Dovendo dialogare (questo il concept curatoriale) con le fotografie del grande Luigi Ghirri, Vitone ha pensato di giocare la sua partita senza scendere sul terreno del visibile ma dell’olfattivo. Ha così installato nell’ambiente un odore, che “ti piace alla prima annusata, ma poi diventa sgradevole, pizzica in gola, fa venire voglia di deglutire” come ha dichiarato lui stesso. Un odore che ne ricorda un altro, stavolta tutt’altro che glamour: l’odore dell’eternit. Benché impalpabile dunque, l’opera di Vitone parla di uno degli eventi più tragici della nostra storia recente e per poter raggiungere questo risultato l’artista ha dovuto rivolgersi al “naso” Maria Candida Gentile.

A dimostrazione che anche un profumo può far pensar e portare la mente lontano, molto lontano…

 

Monocle: il profumo delle notizie

Lanciato nel 2007, Monocle è il raffinato magazine inglese che spazia dagli affari internazionali, all’economia, alla cultura, al design. Per notizie e aggiornamenti, Monocle online è ben presto diventato una preziosa fonte di riferimento per il mercato globale. Non solo, per guidare il gusto dei suoi lettori e mantenere “un occhio e un orecchio sul mondo” Monocle si è fatto anche stazione radiofonica e negozio, con una selezione di prodotti davvero particolari.

Prodotti come la linea di profumi Scent 1,2,e 3 realizzati in esclusiva dal profumiere di Comme des Garçons, Antoine Maisondieu. Le fragranze s’ispirano ad atmosfere uniche e speciali.
La numero 1, ad esempio, chiamata Hinoki, ricorda una “immobile” mattina di primavera trascorsa in ammollo nella vasca da bagno del famoso Tawaraya Ryokan di Kyoto; la seconda profumazione, Laurel, vuole invece risvegliare la memoria di un soggiorno nell’arcaica città di Batroun in Libano, il profumo di un antico giardino mediterraneo orientale punteggiato dal caldo e forte aroma dell’alloro (laurel appunto).
Sugi (il cedro giapponese) è la terza fragranza dall’aroma delicato, pulito energizzante, un profumo misto che unisce ingredienti come il cipresso mediterraneo, il pepe del Madagascar, l’iris di Firenze, il cedro della Virginia e il vetiver di Haiti.
Il packaging richiama lo stile elegante della rivista, retrò e contemporaneo allo stesso tempo. Pochi segni tipografici, minime accurate incisioni su sfondo bianco o nero o giallino, che ricordano lo stile del nostro inconfondibile Fornasetti.
Nessuna ostentazione decorativa, come nella più tipica tradizione inglese l’understatement è preservato. Non si sarebbe potuto fare di meglio pensando al profumo edito da un giornale.

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Ti ricordi che è già domani?

Bellezza, contenuti e contenitori: una mappa interattiva per leggere la contemporaneità.

Il packaging. Delizia e tormento. Fatale attrazione che indissolubilmente – con amore o con odio – ci lega per sempre alle merci.

In modo sempre più versatile e coinvolgente, il packaging oggi fa da “trait d’union” tra la società e il mondo dell’industria, è un ponte che collega territori che sembrano distanti e che pure si confrontano costantemente. Per quanto riguarda la bellezza, da oltre 45 anni la cosmesi e il “made in Italy” trovano la loro collocazione privilegiata alla fiera Cosmoprof, luogo in cui è possibile cogliere più da vicino le atmosfere e lo spirito dei tempi; il packaging cosmetico (assieme a quello del food) è infatti un indicatore assoluto dei cambiamenti nei nostri modi di vivere, intercetta l’evoluzione dei trend, interpreta le ricerche bio-tecnologiche più avanzate. Ormai è impossibile scindere un profumo o una crema dall’immagine che il suo packaging ci comunica – sia che esso appartenga al mercato di massa o di nicchia, sia che si tratti di un nuovo ritrovato della cosmoceutica oppure di un trattamento biodinamico. Sarà proprio attraverso le chiavi di lettura offerte dal packaging che “le merci del piacere” potranno apparire più emblematiche e intriganti. Compito del packaging è dunque interpretare adeguatamente la storia che si cela dietro lo sviluppo di un nuovo cosmetico, dovere del Cosmoprof è mostrarla al meglio.

In altri termini, possiamo dire che proprio il packaging definisce la nostra esperienza quotidiana, agendo da interfaccia conoscitiva, mass-medium tramite cui non solo assumiamo informazioni ma con cui ci formiamo un gusto, esprimiamo un giudizio, costruiamo un immaginario. Non è un caso che esso venga considerato importante strumento di lavoro e motivo di interesse per molti specialisti, ma anche che sia diventato incredibile luogo di sperimentazione per artisti e creativi, registi, filosofi, intellettuali, scrittori e poeti. Il packaging scandisce il “folklore” dell’uomo postindustriale e, a tutti gli effetti è diventato una forma di cultura popolare. Nessuno vi si può più sottrarre.

Come dimostra la rivista Impackt che, dal 2002 al 2009, ha colto ed evidenziato i motivi di tanta attenzione, individuando i collegamenti sorprendenti tra l’imballaggio e la società liquida in cui ci muoviamo; ma anche scovando e raccontando casi didascalici quanto singolari. Ben oltre la matericità dei prodotti e la fisicità dei processi produttivi, per Impackt il packaging è sempre stato infatti segno da interpretare, fenomeno da indagare, mezzo espressivo da condividere. Attraverso il packaging, a sua volta, Impackt ha saputo cogliere e trasmettere gli aspetti più interessanti della nostra contemporaneità e, per renderli accessibili, si è fatto strumento e chiave di lettura alternativa. Oggi, sfruttando le opportunità messe a disposizione dalla tecnologia, Impackt rivive nelle immagini di questa Mappa interattiva realizzata insieme a Cosmoprof/Cosmopack, in un gioco di rimandi tra la carta e il web che sottolinea l’importanza di un pensiero e di una creatività, capaci di andare oltre gli schemi. Inquadrando con uno smartphone il QR code sulle immagini della Mappa, si entra nel mondo Impackt, una volta ancora, valida “guida turistica” concepita per attraversare i panorami reali e mentali del mondo dell’imballaggio. Perché “impacktiani” si nasce, ma lo si può anche diventare.

Sonia Pedrazzini e Marco Senaldi

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Non c’è trucco non c’è inganno

Il trucco non mente quasi mai, anche se inganna sempre

La parola “trucco” nasconde un significato sinistro e fuorviante. Essa rimanda a una procedura ingannevole, a una mistificazione, ci fa intendere che c’è una verità autentica, una realtà, al di sopra della quale viene stesa una sorta di maschera con lo scopo di nascondere le imperfezioni del reale e di contribuire a migliorare l’aspetto del soggetto, falsificandolo. A causa di questo, che io ritengo una sorta di retaggio cattolico, il nostro atteggiamento nei confronti della cosmesi resta profondamente ambivalente: da una parte ne rimaniamo soggiogati ed affascinati, dall’altra la consideriamo una sorta di camuffamento che nasconde il vero Sé del soggetto dallo sguardo degli altri, un segno di debolezza, trasmesso attraverso un’impropria dimostrazione di forza.
Le cose tuttavia non sono affatto così semplici: basterà poco per accorgersi che questo vero Sé che starebbe sotto la maschera è esso stesso una finzione e una mascheratura (un po’ come, nell’agricoltura biologica, il frutto “vero e naturale” sembra contrapporsi al frutto “finto ed artificiale” prodotto attraverso il trucco dei pesticidi e dei conservanti chimici ma, in realtà, sappiamo benissimo che il processo di produzione cosiddetto biologico è anch’esso basato su una serie di tecniche e di procedure che devono portare il prodotto a prestarsi alla grande distribuzione e che l’uso del termine “autentico” è qui fortemente discutibile, tanto più dopo che molti scandali hanno messo in luce la falsità di alcune produzioni che si fregiavano dell’etichetta biologica). Che cosa sarebbe infatti questo vero Sé del soggetto? Freud sostiene che noi perveniamo ad una definizione di noi stessi (rispondiamo alla domanda “chi sono io?”) solo attraverso una serie di identificazioni successive, come se, per sapere chi siamo, dovessimo semplicemente mostrare la gallery fotografica di tutte le persone che abbiamo incontrato, amato, odiato, desiderato ed invidiato fin dalla nostra infanzia; una gallery dalla quale non sono ovviamente escluse le persone immaginarie: gli attori dei film, le pop star, gli idoli televisivi con i quali ci siamo identificati. Ecco: noi siamo la sommatoria di una serie di immagini portate dentro di noi, siamo questa sommatoria in un modo tutto nostro e magari originale, ma siamo appunto questa pluralità di soggetti psichici differenti all’interno dei quali è semplicemente stupido chiedere quale sia quello autentico.
Se le cose stanno così allora qual è il compito svolto dal trucco? Cosa otteniamo truccandoci? Semplicemente decidiamo di far vivere per un certo lasso di tempo una delle tante “persone psichiche” che compongono la nostra identità, la facciamo vivere perché essa svolga il suo compito che può essere tanto quello di suscitare ammirazione e desiderio (come accade nella nostra raffinata società occidentale) quanto quello di segnalare un’intenzione aggressiva o un intento minaccioso come accadeva in alcune società tradizionali.
Non appena l’intento seduttivo o quello minaccioso vengono meno, anche la personalità suscitata può ritornarsene in buon ordine al suo posto in mezzo alle altre senza bisogno che essa appaia come prevalente.
Così, allora, il trucco non mente quasi mai, anche se inganna sempre.
Non mente perché rispecchia sempre un aspetto del soggetto; inganna sempre perché ipostatizza questo aspetto facendo sì che esso prevalga su tutti gli altri e dando la falsa illusione che esso sia l’unico.
Il guerriero non è solo guerriero ma anche contadino, padre, etc. la donna non è solo femme fatale ma anche madre, casalinga, compagna, etc. Tuttavia, anche questo non basta per dirci cosa significhi veramente oggi truccarsi e, soprattutto, se questa operazione sia ancora possibile: se è vero infatti che il trucco non è una semplice falsificazione da contrapporre alla verità, ma rappresenta sempre e soltanto una delle possibilità del soggetto che si trucca, bisogna anche aggiungere che questa operazione per avere senso deve essere socialmente codificata. Non c’è niente che meglio del trucco rappresenti l’ordine simbolico di appartenenza, non c’è niente di meno esportabile, e non c’è niente di più caratterizzante. Ed in effetti il maquillage, a differenza dell’opera d’arte, non può nutrirsi semplicemente dell’energia creativa del soggetto, ma deve trarre la sua fonte di ispirazione principale da una serie di esperienze ben codificate, ci si trucca seguendo un modello definito e l’abilità della messa in atto si misura sulla base dell’efficacia sociale che esso dimostra. Il trucco è cioè una pratica simbolica e non immaginaria. Si comprende bene tutto questo quando si riflette su come sia facile per chiunque registrare la pacchianeria di un trucco eccessivo, come se ognuno di noi possedesse a questo riguardo un canone estetico ben definito ed assolutamente rigoroso. Nel trucco, come in nessuna altra cosa, non è bello ciò che piace ma ciò che risponde a delle precise esigenze sociali. La sua efficacia seduttiva dipende dalla cultura di appartenenza: i trucchi delle donne appartenenti a società primitive sono per noi mostruosi ma affascinano i membri di quelle stesse società, e l’esperienza non è mai esportabile.
La femme fatale e il guerriero, appartengono a dei modelli prodotti da un sistema culturale cui il soggetto si ispira quando decide di truccarsi, ma cosa succede quando questi modelli smettono di esistere? Quando il sistema sociale non offre più punti di riferimento che non siano obversi (che non rappresentino altro che lo sguardo stesso del soggetto)? Succede che truccarsi diventa impossibile perché non esiste più alcun sistema codificato di riferimento, perché non si sa più cosa dire, quali sentimenti suscitare e a chi rivolgersi. Succede che si passa dal trucco al non-trucco, dalla comunicazione seduttiva alla seduzione della non-comunicazione. Va perduta la distinzione di genere e il volto del soggetto non rimane vuoto o senza trucco ma si lascia coprire da una serie di tracce misteriose il cui mistero deriva dal fatto che sono come un linguaggio senza codice, una serie di immagini senza senso, come nel dripping di Pollock: c’è ancora un quadro ma è un non-quadro, di cui permane soltanto il gesto – come se si scrivessero ideogrammi incomprensibili per il puro gusto di lasciare un segno sulla carta.

Antonio Piotti, psicologo,ha pubblicato (con M. Senaldi) Lo Spirito e gli Ultracorpi, Franco Angeli 1999 e Maccarone m’hai Provocato, Bulzoni, 2002.

Pack is (not) Dead


Dalla poltrona sottovuoto alla “supercaramella”, è morto il packaging contenitore di merci. Il suo posto ora appartiene ad un’invisibile, ma ancora più presente, interfaccia emozionale.

Maria Gallo

I protagonisti assoluti del nostro immaginario commerciale, gli imballaggi colorati, sensuali e attraenti, che trasformano gli scaffali dei supermercati in psichedeliche Wunderkammer, stanno subendo, ormai da alcuni anni, una lenta ma radicale trasformazione.
Un processo iniziato probabilmente già negli anni ’80 quando, sebbene in alcuni settori come la profumeria, ma non solo, l’imperativo fosse “stupire”, alcuni imballaggi lanciavano già dei timidi segnali di cambiamento. Di lì a poco infatti sarebbero nati i provocanti busti femminili in guêpière dei profumi di Jean Paul Gaultier. Contemporaneamente, l’Oréal lanciava la sua linea giovane di prodotti per i capelli, Studio Line, i cui contenitori, semplici e puliti nella forma, mostravano una grafica tanto colorata quanto minimalista, chiara citazione dei quadrati primari di Mondrian.

Ancora poco, certo, per parlare di inizio della fine, ma un’indicazione precisa sulla strada da percorrere: il packaging, che fino ad allora era stato un contenitore puramente funzionale delle merci, al massimo rivestito con una grafica più accattivante per “fare scena”, avrebbe dovuto ben presto trasformarsi in una sorta di sfera magica con cui mostrare al consumatore non certo il mondo reale (l’abbiamo già sotto i nostri occhi) ma il fantastico universo delle paradisiache sensazioni merceologiche. Una sorta di scioglilingua di immagini in cui perdersi, per lo meno fino al momento della loro metamorfosi in rifiuto.
Ogni prodotto ha seguito la sua strada, ma per molti di essi la morte dell’involucro è stata quasi una tappa obbligata nel processo di trasformazione.
Alcuni esempi piuttosto emblematici sono le bottiglie di profumo di Comme des Garçons: ovali in vetro chiaro, adagiati come sassi, chiusi da piccoli tappi neri e anonimi; i flaconi erano ermeticamente sigillati in buste trasparenti sottovuoto.
Oggi, a distanza di quasi cinque anni, la stessa bottiglia è rivestita con un candido abitino bianco lavorato all’uncinetto da cui partono anche un paio d’ali. Il “sasso” e il suo nuovo abito sono ancora strozzati nella confezione sottovuoto.

Apparente anonimato anche per le confezioni dei prodotti di Body Shop, Lush o Shu Uemura, che da alcuni anni vendono i loro saponi, creme, ombretti e ciprie in scatoline trasparenti, in flaconi e vasetti standard o addirittura “al chilo” cioè sfusi, come fino a quarant’anni fa accadeva per la pasta o lo zucchero.
Evidentemente, per alcune aziende, il valore del marchio e del mondo costruito intorno ad esso, è diventato più importante del singolo prodotto. Così il packaging-protagonista si è trasformato in packaging-strumento attraverso il quale il consumatore accede al mondo del brand. Insomma nell’era dell’accesso descritta da Jeremy Rifkin come la grande rivoluzione per cui, nella new economy, più che possedere un bene, sarà sempre più importante accedere a un servizio (sia esso l’abbonamento a un internet provider o un’automobile da usare per tre giorni al mese) sarebbe già iniziata da un po’ e noi non ce ne siamo accorti.

Già nel 1985 la vodka Absolut lanciava l’operazione che, da allora, coinvolge centinaia di artisti e designer di tutto il mondo per reinventare, all’infinito, la sua anonima bottiglia. In questo modo è nato una specie di network artistico a cui il consumatore partecipa non solo visitando le mostre itineranti, ma anche acquistando la vodka. Eppure oggi, questo emblematico prodotto, sta lanciando nuovi segnali. Nelle ultime pubblicità infatti la bottiglia è presente in tutta la sua “normalità” e con un’esposizione quasi asettica nella sua finta funzionalità, alcune didascalie, con relativa freccetta, spiegano al consumatore il significato di ogni scritta, simbolo o immagine presente sulla bottiglia. Citazione o inversione di tendenza? E’ troppo presto per dirlo.
Del resto “l’asettico” è una delle categorie più sfruttate negli imballaggi in marcia verso la trasformazione. Una categoria dalla presenza scenica tanto forte da ispirare persino la creazione di veri e propri imperi commerciali.
Marchi no-brand come Muji, la catena nipponica di negozi che vendono un po’ di tutto, dalla birra alle sedie all’abbigliamento, nata nel 1980 con lo slogan “tante buone ragioni per essere abbordabile”, impone come unica regola per essere “della famiglia” il minimalismo integralista della merce e, naturalmente, anche del packaging. Nata in Giappone, oggi Muji ha molti negozi anche a Londra e Parigi.
Il marchio Ikea può forse essere considerato uno degli antesignani del minimal-pack, per di più applicato ad un campo, come l’arredamento, che ha sempre avuto, a ragione, un rapporto poco amichevole con gli imballaggi in genere; obiettivamente però il suo minimalismo non è mai riuscito a diventare seduzione.
Al contrario c’è un pezzo storico dell’arredamento, la poltrona UP5 disegnata nel 1969 da Gaetano Pesce per B&B, il cui packaging primario, un film di PVC dentro cui l’imbottito era sigillato e compresso sottovuoto come un’enorme sottiletta, partecipava attivamente al progetto complessivo. Una volta aperto il grande sacchetto in PVC, l’aria rientrava lentamente tra le celle dell’espanso e la poltrona riprendeva corpo.
Il minimalismo, la riduzione di forma e materia, il sapiente utilizzo di particolari tecnologie, ad esempio un sottovuoto, diventano insomma metafore per la pelle dei prodotti che possono mostrarsi direttamente al consumatore oltrepassando il medium dell’imballaggio come era concepito in passato.
Lo stesso risultato si può raggiungere persino percorrendo la strada in maniera diametralmente opposta, come ha fatto la Nestlè con le caramelle Polo e con i mini Smarties. Si mostra qui infatti come il packaging possa morire anche per eccesso di presenza, per gigantismo informativo. Come accade nel racconto La lettera rubata di Edgar Allan Poe, in cui la lettera della Regina è “occultata” mettendola in bella mostra (l’imbarazzante documento viene “nascosto” collocandolo semplicemente là dove più lo si può vedere, tra altre innocenti missive), l’ipercaramella Polo in polipropilene bianco, che racchiude le piccolissime caramelline reali, scompare infatti ai nostri occhi come packaging e diventa un prezioso e seducente testimonial della filosofia del prodotto.
Difficile trovare qualcuno che abbia avuto il coraggio di buttare via questo piccolo/grande pezzo di pop art quotidiana.
Ma se le merci irrompono come corpi nel paesaggio commerciale, va da sé che finiranno col sottoporsi anch’esse alla dura legge della vita e della morte.
C’è qualcuno infatti che con la morte ha deciso di giocarci davvero, abbattendo finalmente uno dei massimi tabù merceologici. Parliamo del gruppo degli adbuster, quei sovversivi del commercio globale che, da qualche anno, tutti gli anni, organizzano i “no-buy day” come segno di protesta contro il consumismo imperante. L’involontario strumento di una delle loro campagne shock è stato il dromedario che da tanti anni, suo malgrado, promuove le sigarette Camel. In suo onore è stato creato un alter ego che, per la verità, non gode di ottima salute. Si tratta di Joe Chemo, diventato, appunto, uno dei protagonisti delle anti-campagne pubblicitarie inventate dagli adbuster. Come suggerisce il nome, nel manifesto compare il fumetto di un dromedario con delle flebo inserite nel corpo mentre girovaga, con lo sguardo spento, per i corridoi di un ospedale: l’immagine suggerisce che, dopo averne fumate tante, Joe Chemo ora sia gravemente malato e che si stia avvicinando la fine dei suoi giorni. E’ chiaro che la morte del dromedario segnerebbe, immediatamente, la morte di uno dei packaging più noti al mondo. Nell’ottobre del 2000, sul sito internet degli adbuster, si chiedeva di partecipare alla raccolta dei fondi per poter acquistare un grande spazio pubblicitario in cui affiggere il manifesto con Joe Chemo. Ma già allora s’era scatenata la battaglia legale da parte dei produttori delle sigarette. Non sappiamo se, a tutt’oggi, abbia vinto il mercato o la forza delle immagini.
La morte, comunque, prelude sempre all’inizio di qualcosa di nuovo, magari inatteso, ma non per questo orrorifico. Allora, più che accanirsi contro chi sceglie di dare voce a un dromedario di cartoncino, forse le aziende farebbero bene ad occuparsi delle mutazioni culturali se, anche in futuro, vorranno continuare a far parte, con le loro lattine, delle nostre fantasie quotidiane.